Quando negli anni Novanta le grandi fabbriche di Torino hanno chiuso, i loro spazi silenziosi non sono rimasti vuoti: sono diventati una terra di frontiera del pensiero. È in questo passaggio che si colloca la storia che raccontiamo: la duplice rappresentazione de L’affare Makropulos di Karel Čapek, che Luca Ronconi porta in scena contemporaneamente al Teatro Carignano e al Teatro Regio. Un esperimento teatrale, ma anche un dispositivo urbano, capace di mettere in relazione linguaggi, luoghi e sistemi di produzione culturale.
Primi protagonisti di questa sperimentazione sono la scenografa Margherita Palli e l'ingegner Silvano Cova, l'allora direttore tecnico e degli allestimenti scenici del Teatro Regio.

Intro

L'ingegnere e Margherita: la città del teatro infinito di Maurizio Cilli e Stefano Mirti

Quando negli anni Novanta le grandi fabbriche di Torino hanno chiuso, i loro spazi silenziosi non sono rimasti vuoti: sono diventati una terra di frontiera del pensiero. È in questo passaggio che si colloca la storia che raccontiamo: la duplice rappresentazione de L’affare Makropulos di Karel Čapek, che Luca Ronconi porta in scena contemporaneamente al Teatro Carignano e al Teatro Regio. Un esperimento teatrale, ma anche un dispositivo urbano, capace di mettere in relazione linguaggi, luoghi e sistemi di produzione culturale.

 

È giovedì 9 dicembre 1993. Due spettacoli, tratti dalla stessa fonte, accadono nello stesso momento in due teatri distinti: opera lirica e prosa si specchiano e si differenziano. Ma ciò che avviene davvero quella sera è meno visibile: il confine tra palco e città si assottiglia fino quasi a scomparire. Il teatro non è più contenuto nello spazio scenico, ma si distribuisce, si estende, diventa una trama che attraversa l’intera città.

Raccontare questo episodio significa spostare lo sguardo. Non partire dal centro della scena, ma da ciò che lo rende possibile. Non dal gesto autoriale, ma dalla rete di pratiche, competenze e infrastrutture che lo sostengono. Il teatro, in questo senso, è una macchina collettiva: una delle poche in cui l’autorialità, anche quando sembra concentrarsi in pochi nomi, resta inevitabilmente condivisa.

 

Due figure ci guidano in questo attraversamento: la scenografa Margherita Palli e l’ingegner Silvano Cova, direttore tecnico e degli allestimenti. Due interpreti del fare, che operano nel punto di contatto tra visione e realtà, tra immaginazione e materia.

 

Attraverso il racconto di quell’unico, irripetibile giovedì — al Carignano con Carlo Diappi e Mariangela Melato, al Regio con le librerie sghembe di Margherita Palli e la voce di Raina Kabaivanska — emerge il ritratto di una città che sperimenta nuove forme di bellezza. Una città fatta di tecnici, laboratori, prove, aggiustamenti continui, ma anche di scuole, luoghi di formazione, spazi di ricerca, discorso critico, politiche culturali e pubblico. Un’intelligenza diffusa, collettiva, spesso anonima, che tiene insieme l’intero sistema.

 

Il teatro di quegli anni produce universi visivi che destabilizzano lo sguardo: costringono lo spettatore a cambiare posizione, a cercare nuovi punti di equilibrio. La scena non rappresenta soltanto, ma costruisce condizioni percettive. Diventa una macchina narrativa che eccede il palcoscenico e investe la città. La quarta parete non viene semplicemente abbattuta: perde di senso. La città stessa diventa lo spazio del teatro.

 

Il lavoro di Margherita Palli si colloca esattamente in questa tensione. Formata tra architettura e scena, costruisce dispositivi che non illustrano il testo, ma lo interrogano. Nel Makropulos del Regio, l’eternità non è un simbolo, ma una condizione spaziale: un corridoio sospeso, librerie oblique, geometrie instabili che sembrano sfidare la gravità e il tempo. Le linee si spezzano, gli assi si inclinano, lo spazio diventa una forma di pensiero. Non c’è decorazione, ma struttura; non c’è rappresentazione, ma costruzione di un mondo.

Perché quel mondo esista, però, è necessario un altro tipo di sapere. Silvano Cova lavora esattamente dove la visione rischia di non reggere. Traduce il disegno in sequenze operative, assegna pesi, calcola tolleranze, organizza tempi. Il suo lavoro è rendere praticabile ciò che non lo è ancora. In questo senso, incarna una figura profondamente torinese: l’ingegnere come mediatore, come colui che tiene insieme arte e industria, immaginazione e struttura. Ma il suo operare non è mai isolato: è parte di una filiera complessa, fatta di competenze distribuite, di relazioni continue, di aggiustamenti condivisi.

 

Torino, nel Novecento, è una città che ha costruito la propria identità su questa capacità: tenere insieme visione e infrastruttura. Una macchina produttiva, certo, ma anche una macchina culturale. Non produce soltanto oggetti o spettacoli: produce le condizioni perché questi possano esistere. Relazioni, saperi, istituzioni, aperture. Makropulos, in questo senso, non è un caso isolato, ma la punta visibile di un sistema molto più ampio, stratificato, sofisticato.

 

Seguire questa storia significa allora cambiare scala: partire dal progetto, attraversare il dietro le quinte, arrivare ai meccanismi che rendono possibile quel tipo di produzione culturale. Significa leggere la città come un’infrastruttura culturale: un dispositivo che può generare possibilità oppure limitarle.

 

A questo punto, la domanda si sposta. Non riguarda più soltanto il teatro, ma la città stessa. Che città siamo diventati? Che città vogliamo essere? Siamo ancora capaci di costruire le condizioni perché pratiche diverse possano incontrarsi, perché visioni improbabili trovino spazio, perché ciò che non è ancora possibile possa divenire?

 

La storia di quella sera non offre risposte. È una soglia, un punto di partenza. Indica una direzione, ma non la garantisce.

 

La città, in fondo, non è fatta di pietre. È fatta di persone, di pensieri, di desideri condivisi. Sono queste le forze che la costruiscono e la trasformano nel tempo.

La domanda resta aperta. E riguarda, inevitabilmente, tutti noi.

chi

Margherita Palli e Silvano Cova

Margherita Palli nasce a Mendrisio nel 1951, cresce a Lugano.
Nel 1968 si trasferisce a Milano, dove frequenta l’Accademia di Brera – scenografia per scelta quasi casuale – e poi lo studio dello scultore Alik Cavaliere, da cui impara a progettare e gestire lo spazio.
Lavora alla XVI Triennale con l’architetto Pier Luigi Nicolin. L’incontro con Gae Aulenti la porta per la prima volta in palcoscenico, alla Scala, su una produzione di Luca Ronconi. Segue un periodo nello studio di Aulenti a Parigi, per il progetto della Gare d’Orsay.
Nel 1984 debuttava autonoma con Fedra, regia di Ronconi, e da quel momento torna a Milano per dedicarsi interamente al teatro. Lavora con Ronconi per trent’anni, fino alla morte del maestro, su spettacoli e mostre.
Collabora stabilmente con Mario Martone per il teatro lirico.
Insegna scenografia alla NABA di Milano dove ricopre i ruoli di Set Design Advisor Leader / Direttrice del Triennio di Scenografia.
Ha lavorato con registi come Alexander Sokurov, Liliana Cavani, Paolo Sorrentino e ha firmato allestimenti per la Scala, il Teatro Regio di Torino e i principali teatri europei.

Silvano Cova nasce a Bologna nel 1943.
Si laurea in Ingegneria elettrotecnica al Politecnico di Milano e nei primi anni di attività lavorativa si occupa di prevenzione degli infortuni in particolare nelle acciaierie. Nel 1980 vince un concorso come Direttore degli allestimenti e direttore Tecnico al Teatro Regio e inizia la propria carriera verso la tecnica teatrale e la progettazione di macchine sceniche. Ricopre lo stesso ruolo al Teatro alla Scala di Milano dove prosegue nella gestione delle macchine di scena, degli impianti tecnologici e dei sistemi di movimentazione, garantendo l’integrazione tra esigenze artistiche, sicurezza e tutela degli edifici storici. Successivamente assume la direzione tecnica e degli allestimenti scenici al Palau de les Arts Reina Sofía di Valencia, complesso operistico di nuova generazione con sistemi scenici di grande complessità e successivamente al Teatro del Maggio Musicale Fiorentino. Nel corso degli anni segue numerosi interventi di restauro e ammodernamento di edifici di pubblico spettacolo e di macchine teatrali, curando piattaforme mobili, palchi inclinabili, graticce e sistemi di sicurezza. Al Teatro la Fenice progetta il palcoscenico nella ricostruzione dopo l’incendio del 1996 e ritorna successivamente come consulente. Svolge attività di consulenza nella progettazione di palcoscenici ed edifici teatrali con la partecipazione a convegni dedicati all’architettura del teatro e alla tecnologia scenica. Il suo lavoro, essenziale e invisibile al pubblico, appartiene a quella tradizione di saperi specialistici che fanno del teatro una macchina culturale complessa, dove precisione tecnica e invenzione artistica devono convivere.

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L'ingegnere e Margherita

Scenografa tra le più originali del teatro italiano, Margherita Palli ha costruito con Luca Ronconi una delle collaborazioni più feconde e radicali della scena italiana, portando in teatro architetture che interrogavano lo spazio prima ancora del testo.
Silvano Cova, ingegnere, direttore tecnico e degli allestimenti del Teatro Regio di Torino dagli anni Ottanta al 2003, era chi si assumeva la responsabilità del peso reale delle cose.
Il rapporto di lavoro tra Palli e Cova nasce a Torino con La dannazione di Faust, e cresce nel tempo attraverso produzioni in cui il limite tecnico diventava ogni volta materia della scena. "Il caso Makropulos" ne è forse l'esempio più estremo: una protagonista che discende lungo “un'autostrada che viene dall'infinito”, librerie oblique che spariscono nel secondo atto, spazi abitati da figure quasi meccaniche e una poltrona che percorre la scena da sola.
In questa conversazione i due ripercorrono quel lavoro: come si costruisce fiducia nel tempo, come si trova il punto in cui una visione impossibile diventa praticabile, e il ricordo di una Torino che in quegli anni si interrogava su cosa voleva diventare.

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Riprese di Matteo Capatti
Montaggio di Vittorio Iandolino

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Doppia prima

Un'impresa come quella della doppia rappresentazione de "L'affare Makropulos" non esisterebbe senza una comunità di lavoro che raramente compare nei programmi di sala: allestitori, direttori di scena, assistenti, giornalisti. Nei mesi di preparazione e quella sera stessa, ognuno di loro ha contribuito a far funzionare una macchina di straordinaria complessità.
Le abbiamo cercate, per ascoltare dalle loro voci il ricordo di quell'esperienza. Tra loro anche Raina Kabaivanska, che al Teatro Regio ha dato voce e corpo alla protagonista, Emilia Marty. Quello che segue è il racconto corale di chi ha vissuto quella stagione dall'interno: come funziona davvero una macchina teatrale, il sapere condiviso di chi lavora al limite del possibile, e cosa resta, trent'anni dopo, di quella sera.

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Persone intervistate:
Claudia Boasso, Vittorio Borrelli, Bruno Brighetti, Filippo Fonsatti, Ave Fontana, Susanna Franchi, Raina Kabaivanska, Marzia Scarteddu

Riprese e montaggio: Luca Giraudo

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Il caso Makropulos a cura dell'Archivio Storico del Teatro Regio di Torino

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L'affare Makropulos a cura del Centro Studi del Teatro Stabile di Torino

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L'affare Makropulos - video a cura del Centro Studi del Teatro Stabile di Torino

Estratti video de "L'affare Makropulos" messo in scena al Teatro Carignano.

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Crediti

“L’affare Makropulos” courtesy of Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale. Debutto a Genova dal 9 novembre al 5 dicembre 1993 – Teatro della Corte poi Torino dal 9 dicembre 1993 al 2 gennaio 1994 – Teatro Carignano.

Doc

Rassegna stampa a cura dell'Archivio Storico del Teatro Regio di Torino

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Archivi d’affetto

Un progetto di
Circolo del Design

 

A cura di

Maurizio Cilli

Sara Fortunati

Stefano Mirti


Con il patrocinio di
Città di Torino

Maggior sostenitore

Fondazione Compagnia di San Paolo

 

Con il contributo di
Fondazione CRT
Regione Piemonte

Il Circolo del Design è sostenuto da
Camera di commercio di Torino

 

Episodio 06
L’ingegnere e Margherita: la città del teatro infinito

 

 

Un progetto di Circolo del Design 

con la collaborazione di Teatro Regio Torino e Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale

 

Direzione

Sara Fortunati

 

Curatela

Maurizio Cilli

Stefano Mirti

 

Coordinamento di progetto

Marilivia Minnici

 

Archivio Storico – Teatro Regio Torino
Simone Solinas
Simona Tosco
Anna Gennaro

 

Centro Studi – Teatro Stabile Torino
Anna Peyron
Davide Giovanninetti
Claretta Caroppo

Art Direction

Studio Grand Hotel

con

Marilivia Minnici


Graphic design
Studio Grand Hotel

 

Segreteria di produzione
Carla Raniolo

 

Comunicazione
Marta Della Giustina
Beatrice Vallorani

Ufficio stampa
Spin-To

Piattaforma web
NewTab Studio

Project controller

Enza Brunero

Fundraising
Rossana Bazzano

Segreteria organizzativa 

Dana Segovia
Dafne Soricelli


Amministrazione                                                                                                                  

Aline Nomis

Intern
Clara Madau
Sonia De Nardi
Sara Santangelo

 

Partner Culturale
Teatro Regio Torino
Teatro Stabile Torino – Teatro Nazionale

 

Con la collaborazione di
Accademia Albertina di Belle Arti di Torino